Premiato in prestigiosi festival internazionali come Venezia e Toronto, No Other Choice racconta le vicende di You Man-su e della sua famiglia. Una vita agiata, una bella casa, un lavoro appagante: tutto sembra perfetto, quasi forzato, fino a quando Man-su perde il lavoro.
Quello che inizialmente appare come un incidente temporaneo diventa il punto di partenza di una serie di eventi dalle conseguenze imprevedibili e parossistiche. Il film concentra la sua attenzione sulla perdita delle certezze economico-affettive e sull’erosione dell’identità di un uomo ordinario, non ambizioso, improvvisamente intrappolato in una situazione alienante.
All’apparire della crepa nella routine quotidiana che lo definiva come uomo e membro della società, Man-su si mostra disorientato e incredulo di fronte alle difficoltà di reinserirsi nel mondo del lavoro.
I colloqui lo catapultano in un girone infernale, e la consapevolezza di non saper fare altro lo spinge a vergognarsi, a fingere che tutto vada bene e a non avere il coraggio di modificare il suo stile di vita.
È sua moglie a metterlo di fronte alla realtà, prendendo decisioni drastiche come dare via gli adorati cani di famiglia o mettere in vendita la loro casa.
La regia di Park Chan-wook è impeccabile: ogni inquadratura sembra studiata per evidenziare il contrasto tra la quotidianità apparente e il caos interiore di Man-su. La fotografia alterna toni caldi e accoglienti nelle scene familiari a luci fredde e nette nei momenti di tensione, amplificando il senso di alienazione. I piani sequenza e le inquadrature simmetriche creano una tensione costante, guidando lo spettatore attraverso la spirale di disperazione e assurdità del film.
Anche l’uso dei dettagli – primi piani sui gesti, oggetti domestici, spazi angusti – accentua la claustrofobia emotiva senza mai risultare didascalico.
Questa spirale travolge anche lo spettatore, che si sente a disagio, in colpa insieme a lui, percependone i crampi della fame e della frustrazione. Man-su non è cattivo: ama le piante, ama sua moglie, è attento con i figli, ma la disperazione lo conduce oltre i confini del suo sistema di valori, in un gioco crudele che ricorda Squid Game, in cui arriva a pensare e poi a realizzare azioni estreme pur di sopravvivere alla spietata competizione del lavoro industriale, in cui l’essere umano è ridotto ad ingranaggio sostituibile.
Il film richiama le atmosfere di Parasite: una violenza spesso assurda, grottesca, a tratti irriverente, che però non impedisce di guardare il protagonista con benevolenza e curiosità indulgente.
È proprio questa contraddizione a dare carburante a tutto il film.
L’inizio è lento, ma l’accelerazione narrativa successiva dà ritmo alla visione, tra pugni nello stomaco e scene esilaranti.
Mentre Man-su si trasforma in un “mostro”, anche la famiglia in qualche modo si “guasta”, votandosi al compromesso, ma ne emerge più coesa anzichè disgregata.
Quando non c’è altra scelta, non si può tornare indietro…
C’è in questi giorni al cinema, non ve lo perdete!
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