La grazia della Grazia

Puntuale come un orologio svizzero, appena uscito per il pubblico in sala , sono corsa al cinema a vedere “La Grazia”,  l’ultimo film di Paolo Sorrentino.

Per me il cinema è più di uno svago: ha la sacralità dei grandi eventi, è tra le cose che rendono la vita piacevole e degna di essere vissuta. Amo profondamente il fascio di luce che trapassa l’oscurità e il grande schermo, il rituale dell’uscire di casa per prepararmi alla proiezione, l’eccitazione dei trailer, l’attesa e l’entusiasmo di ritornare.

Il cinema è un luogo di sospensione, di visione, di immersione. Ci sono film che si possono guardare da casa e film nati per il grande schermo: quelli di Sorrentino appartengono a questa seconda categoria. I silenzi, le fughe prospettiche, l’indugiare della macchina da presa sugli oggetti, gli intagli delle poltrone classiche, i marmi dei palazzi, la simmetria dei corpi, gli still life perfetti, le riprese dall’alto, i chiaroscuri, le silhouette dei protagonisti, i campi larghi, l’uso del colore come uno scalpello che scolpisce la scena… tutto concorre a creare un’esperienza totale, impossibile da trasferire su uno schermo domestico.

Ma uscendo dalla grammatica del regista, che si odia o si ama, La Grazia porta qualcosa di nuovo: alleggerisce la retorica sorrentiniana, introducendo una delicatezza inattesa. È come se la grazia stessa guidasse il racconto, semplice e lineare; per questo parlare della trama ha senso solo fino a un certo punto: non è lì che risiede l’anima del film.

Di chi sono i nostri giorni? Per chi viviamo, lavoriamo, ricordiamo, accumuliamo? Quando la vita diventa un inferno e per uscirne pratichiamo l’orrore, ci apparteniamo ancora? La libertà e la verità sono concetti astratti, che raramente coincidono con la giustizia o con la legge. “La Grazia”

 

Al centro c’è un uomo: il capo di Stato, giurista di una certa fama, con schemi morali ed etici rigidi, che cerca di comprendere l’essenza della verità. Ma accanto allo statista convive l’uomo, curioso, vulnerabile, sospeso tra il sapere e l’incapacità di gestire l’umanità che osserva. È un continuo passaggio ossimorico tra saggezza e incertezza, tra determinazione e dubbio, che esplora il presente come ricorda il passato e fa del dubbio stesso il cuore della vita quotidiana.

E poi c’è Dorotea, un nome desueto ma che suona perfetto per un film così, la figlia del presidente, che affianca il padre vedovo ricalcandone le orme professionali,  diventandone la versione “pro”. 

Una donna abitata dalla certezza della necessità di una legislazione più evoluta, centrata sull’essere umano, senza ipocrisie. Devota ma autoritaria, discreta ma risoluta. L’interpretazione della Farzetti è piena di senso, emotivamente centrata. 

Mentre Servillo usa tutta la gamma espressiva del suo volto teatrale per incarnare il paradigma del dubbio, il personaggio di Dorotea appare quasi come una stele antropomorfa, sulla quale sono incise fin da subito le delicate emozioni di una figlia amorevole, di una donna votata al cambiamento, di una giurista che non si trincera dietro i codici ma sa adattarli alle circostanze incontemplabili dell’esistenza.

E poi c’è tanto altro: gli occhi penetranti di una carcerata, la risata contagiosa e iconoclasta dell’amica di famiglia, la devozione della guardia del corpo, la fissità dei personaggi che si muovono sullo sfondo della politica italiana. Tutti topoi cinematografici che Sorrentino assume per calarci nella storia del Palazzo, dove voyeuristicamente tutti vorremmo entrare. 

Tornerò a guardarlo con gli amici, come si fa di solito, per chiacchierarne e lasciarmi sorprendere ancora.

La prima volta, per me, è istintiva; la seconda per coglierne le sfumature visive. 

Così, alla fine, esco di casa e torno dentro la magia: il cinema, quando si tratta di Sorrentino, è sempre un rito da ripetere. 

 

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