La mia Design Week

Una scultura raffigura due donne nell’atto di dipanare una matassa per fare un nuovo gomitolo. Un gesto che ho visto compiere decine di volte nella mia infanzia, dalle donne della mia famiglia.

All’epoca avere un gomitolo, un ferro da maglia o un uncinetto non era un hobby radical chic, ma un normale e quotidiano impiego, che aveva una doppia valenza: tradizionale, quindi culturale, e funzionale.

Parto da questa immagine per scrivere di design perché non si può parlare del Salone del mobile di Milano (o se preferite di Design week) senza parlare del “saper fare”.

Ammiro le “ditte” che  partecipano al Salone del mobile ininterrottamente da oltre 50 anni e non parlo dei brand presenti a tutte le occasioni che fanno tendenza, con grandi fatturati e stand a ingresso contingentato.

Mi riferisco piuttosto alle piccole e medie imprese spesso ai margini di padiglioni, le cui corsie principali sono occupate dai cosiddetti  “big”.

È soprattutto per queste aziende, che espongono alla fiera di Rho, che migliaia di addetti ai lavori si muovono da tutto il mondo per venire a Milano.

Il resto è un “divertissement”, come ce ne sono tanti in città, per una selezionata moltitudine di persone e personaggi che vivono sulla scia di questi grandi eventi di settore, non importa quale sia il pretesto, se la moda, l’arte o il design.

Quest’anno ho dedicato tanto tempo agli appuntamenti del “Fuori Salone”, una sorta di fiera nella fiera. C’era sempre qualcosa di imperdibile da rincorrere, svariate le location: l’ex macello, la chiesa sconsacrata, la redazione del Corriere, la corte interna del palazzo patrizio, la Pinacoteca di Brera, la Statale di Milano, ecc.

Una bulimia di occasioni per vedere istallazioni, mostre, site specific, collaborazioni, one show.

Mi sono posta delle domande sul perché di questa insaziabilità.

La volatilità e la provvisorietà di molti eventi li rende molto appetibili.

L’idea di “ora o mai più” è un’irresistibile tentazione, che a volte sembra obnubilare il vero senso della loro ragione d’esistere.

Troppo vasta l’offerta per non rimanere frastornati, in bilico tra gli allestimenti che ci raccontano il nostro passato, rassicurandoci, e quelli che ci proiettano verso un futuro che pensiamo di aver già assorbito, senza doverlo necessariamente comprendere.

Io ho avuto bisogno di tempo per metabolizzare l’incessante stimolazione a cui ho sottoposto i miei sensi in quella settimana.

Il 2023 è il turno dell’Euroluce, era dal 2019 che mancava l’opportunità di visionare dal vivo i prodotti proposti, parlare di filosofia aziendale con gli addetti del settore, rivedere i rappresentati di zona, i titolari in tiro, i ragazzi alle reception,  lasciare i contatti, fotografare QR code, dare il consenso informato, ecc.

Come è antico adesso il gesto di tirare fuori un biglietto da visita!

Mi sono letteralmente immersa nei padiglioni 9/11 e 13/15 dove la LUCE non è più solo un corpo illuminante, ma una fonte di illuminazione sempre più slegata da un oggetto che è sempre meno percepibile. Le lampadine sono scomparse, al loro posto ha preso campo la luce integrata, la luce pensata, la filosofia della luce, in altre parole la purezza. 

La cosa che mi piace di più del Salone è che non si esaurisce in una settimana. Per questo ne scrivo oggi, a distanza di due mesi, come potrei scriverne in pieno agosto, perché quando un evento rompe gli argini del proprio settore, diventa fenomeno di cultura e interazione, al pari della Biennale dell’arte, del Festival del cinema, del Vinitaly o della Fiera del libro. Una continua fonte di citazioni progettuali, di crescita creativa, di storia del made in Italy, che trascende le appartenenze e diventa di tutti.

Giovani designer si abbeverano a questa fonte e traggono ispirazione a rilascio graduale.

Le “novità del Salone” arrivano al retail dopo poche settimane e abitano i negozi e le gallerie per l’intero anno fino a diventare pezzi iconici. 

Ecco perché il Salone è ormai senza scadenza, l’annata è come per il vino buono, uno dei tanti modi di archiviarne la  qualità nel tempo. 

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