È appena trascorso il weekend fiorentino dedicato all’Eredità delle donne, un festival ideato e realizzato da Serena Dandini che negli anni ha visto moltiplicate le adesioni e gli sponsor in una città che l’ha accolta e ospitata con gioia.
Il tema è nel titolo: l’Eredità delle donne.
Il periodo dell’anno è quello che ricorda la ricorrenza della giornata sulla violenza alle donne.
Ancora una volta si è discusso di disparità di salari, di natalità zero, di servizi che mancano, di mancette che lo Stato elargisce alle donne che diventano mamme, di asili nido con liste d’attesa assurde, di femminicidi, di diritti negati ai certi genitori, di famiglie arcobaleno, di statistiche, rinuncia alle carriere, lavoro part-time, welfare, empowerment ecc ecc
Sono sempre quelli gli argomenti che continuiamo a mescolare nel tritacarne del dibattito sul femminile, ogni 25 novembre e 8 marzo, non per mancanza di originalità ma con la speranza che cambi qualcosa.
La mia è una riflessione amara; il problema è connaturato, incistato nella storia umana.
Non se ne verrà mai a capo.
L’uomo nel suo intimo odia la donna, la religione odia le donne.
La misoginia e così radicata che a volte penso sia più facile risolvere la situazione israelo-palestinese che lo squilibrio storico tra il genere maschile e femminile.
Mi rendo conto di quanto sia stato e sia tuttora difficile essere donna, a qualsiasi livello, in qualunque epoca storica e latitudine geografica.
Nell’ambito di questo festival sono state molteplici le occasioni di scambio e confronto, di informazione e condivisione.
La parola d’ordine è stata: CONSAPEVOLEZZA.
Essere consapevoli del nostro corpo che cambia, delle cure disponibili che ignoriamo, dell’ inutilità del dolore, dei tabù da sfatare, del cambiamento visto come opportunità, non come perdita.
Al convegno organizzato in Manifattura Tabacchi da LOSTUDIOESSE, sono intervenute dottoresse e professioniste che hanno dedicato la loro ricerca a migliorare la situazione delle donne nei vari ambiti, dando un taglio particolare al loro lavoro.
Facendo da moderatrice negli interventi del mattino, ho avuto modo di ascoltare con attenzione le tematiche affrontate.
Dovremmo farlo più spesso: divulgare, informare, coinvolgere.
Ad ogni dibattito, ad ogni presentazione, ho appreso un nuovo modo di essere incomprese, cancellate, messe all’angolo.
Non smetto di provare sconforto e stupore per questo processo di annullamento perpetrato ai nostri danni e sotto i nostri occhi, talmente radicato che ormai non siamo in grado di percepirlo
Abbiamo tanti diritti (per qualcuno sono solo privilegi) conquistati da chi ci ha precedute ma, proprio in virtù di questi, non siamo in grado di decifrare la realtà in cui spesso ci troviamo.
Diamo per scontate delle conquiste che possono essere cancellate da un giorno all’altro, siamo infarcite di maschilismo fin dentro i nostri pensieri. E se qualcuno ce lo fa notare, dando un nome all’inesprimibile, caschiamo dalle nuvole.
È necessario informare chi si crede informato.
Siamo tutte coinvolte, a rischio. Nessuno è indenne.
Anche se abbiamo tutti gli strumenti intellettuali, siamo diventate astronaute, scienziate, premi Nobel, abbiamo accumulato ricchezze, rivestito ruoli apicali.
Anche se siamo spietate e arriviste, disoneste e corrotte, arroganti e violente.
Comunque rimaniamo donne, forse anche temute, ma pur sempre appartenenti al sesso con lo stigma della COLPA
E allora qual è questa colpa? Di cosa ci stanno accusando precisamente?
Molte donne vivono con un senso di colpa latente che diventa endemico quando mettono al mondo un figlio.
A giudicarci non sono solo le persone che conosciamo ma tutta la società, chiunque si sente in diritto di dirci come dobbiamo crescere i nostri figli, se li accudiamo troppo o troppo poco, se siamo ansiose o spensierate, se li educhiamo o li viziamo.
Ci giudicano se scegliamo di non metterli al mondo, se non li possiamo avere, se non siamo abbastanza “materne”.
E quando riusciamo a trovare l’equilibrio tra lavoro e famiglia, se abbiamo successo, pensiamo di non meritarlo, ci auto-sabotiamo perché abbiamo dovuto sacrificare quel modello di maternità patriarcale che ci è stato inculcato da bambine e che ci fa sentire inadeguate quando mettiamo noi stesse al centro delle scelte di vita che intraprendiamo.
Come si fa a desiderare una famiglia senza un’idea di Stato che consenta parità di diritti e doveri ai genitori che INSIEME mettono al mondo un figlio?
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