Il potere del corpo

BODY OF EVIDENCE

“Sin dalla nascita della fotografia il corpo si è subito imposto come uno dei  soggetti principali del nuovo mezzo. Corpo da scoprire, denudare, osservare. Luogo di piacere dolori, vulnerabile e potentissimo…” Paolo Woods 

Si è da poco conclusa la mostra fotografica Cortona On The Move, che si svolge ogni anno in Toscana, da luglio a novembre.

È diventata una consolidata abitudine quella di partecipare a questa mostra, unendo alla curiosità dell’evento la bellezza delle location esclusive, aperte al pubblico e dei vari percorsi in cui si snocciola; Cortona vale comunque il viaggio, a prescindere.

Per il 2024 il tema è il corpo: Body of evidence, inteso in tutte le sue accezioni.

Corpo del reato, corpo da esibire, da trasformare, da sfruttare, con cui giocare.

La fotografia non è solo un’opera d’arte, ma ha il valore di una testimonianza, un documento, anche quando è costruita, anche se nasce su un set. Lo ha spiegato perfettamente e direi anche liricamente, Roland Barthes, nel suo famoso saggio “La camera chiara”.  La fotografia dimostra con certezza che quell’oggetto era in un luogo preciso, in un momento definito.

Questo potere documentale è ciò che più mi affascina delle fotografie. Ma la foto è anche qualcosa che “ci punge”, ci tocca, ha un valore strettamente connesso con le nostre emozioni,  può parlare al nostro cuore e rievocare il nostro vissuto, a prescindere dall’intento dell’autore, un pò come accade con la musica.  

Ho pochissime immagini della mia infanzia.

Interi periodi della mia esistenza non hanno testimonianza. 

Il corpo impresso sulla lastra invece è vivo e continua a vivere nell’immagine che lo rappresenta. 

La foto è sintesi. 

Attraverso l’immagine una serie di informazioni raggiungono il cervello e costruiscono una storia immediatamente comprensibile, per quanto incantevole o disturbante.

Ma la foto è anche mistificazione, ci mostra un lato di noi che non corrisponde al vero, la parte migliore, il profilo più bello. Quando è foto di posa, ritratto, serve a mostrare agli altri come vorremmo essere ricordati.

È verità e infingimento, per questo affascina e conquista.

Noi siamo noi nelle foto, ma anche la versione edulcorata di noi stessi. 

Non siamo mai completamente veri quando sappiamo di essere dentro un obiettivo. 

Ma forse proprio per la capacità rievocativa insita nella foto, il potere reale dell’immagine è proprio quello di restituirci una versione in potenza di ciò che lo specchio non riesce più a mostrare e questo rende il mezzo irresistibile.

Oggi la fotografia ha smarrito la sua capacità di essere evento.

Come aveva anticipato Italo Calvino nel racconto “Le avventure di un fotografo”: “…il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto bella, e la realtà che ci appare bella in quanto è fotografata , è brevissimo”.

Tutti produciamo centinaia, migliaia di foto con i nostri cellulari. 

Attraverso l’app di Instagram abbiamo acquisito nuovi canoni di inquadratura e preziosi filtri per incorniciare paesaggi, abitudini, persone, tramonti, landscape da inserire nelle nostre storie.

 Ci sono panorami assolutamente instagrammabili, già forniti di cornice e riferimenti tag da apporre sulle nostre pubblicazioni, cartoline che gli uffici del turismo ci invitano a postare.

La foto è diventata un mezzo di comunicazione che non vuol raccontare solo ciò che accade in quel preciso istante in cui viene scattata ma può essere manipolata o utilizzata in maniera completamente differente per esprimere uno stato d’animo o una battuta “universale” attraverso le meme ed altre forme di riutilizzo delle immagini. 

Si svincola quindi il soggetto dalla sua funzione e si fa rivivere con un altro significato. 

Anche questo è un modo di trasfigurare la realtà che possiamo utilizzare per trasmettere un messaggio che ognuno è libero di interpretare.

Le foto smuovono emozioni,. sentimenti, voglie e desideri. La sensualità di certe immagini private, che costituivano l’immaginario erotico dei nostri nonni possono diventare l’estetica di un corpo che non provoca più desiderio, ma solo l’ammirazione che si attribuisce alle antiche statue di marmo. 

Corpi anonimi di donne anonime che assumono un nuovo significato rispetto a chi le ha fotografate e le ha proiettate fino ai nostri occhi.   

Le foto infrangono tabù.

Sono un’estensione dell’occhio e delle sue curiosità, anche delle sue morbosità. Invadono la privacy, ci rendono tutti esposti. 

Penso al malcostume di fotografare le salme di personaggi famosi;  la sacralità della morte è un passaggio troppo intimo per  essere immortalato. 

Ci sono cose che devono rimanere impresse solo nella retina e nel cuore di chi è coinvolto emotivamente. 

Tutto il resto è cronaca, corpo del reato.

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