In questo spazio vive Agnes, una figura liminale: metà donna, metà ninfa, metà sciamana. Una figlia della foresta.
Agnes non è costruita come una “moglie di”. È una creatura fuori asse rispetto al mondo. Disorienta se si pensa a lei come ad una figura storica della sua epoca.
Sembra più il personaggio di un fantasy: partorisce da sola nei boschi, va in giro con un falco attaccato al braccio, si cura con le erbe, sussura formule scaramantiche.
Non appartiene alle regole sociali e non tenta nemmeno di adattarvisi.
È come se a lei non servisse un marito, una famiglia, un’appartenenza sociale per definirsi. È una femminista ante litteram, non cerca legittimazione.
Il suo compimento è nella maternità, non nel matrimonio.
Jessie Buckley costruisce perciò un’ Agnes magnetica e terrena. Il suo volto è capace di passare dalla fierezza alla vulnerabilità senza soluzione di continuità.
Tutto il film ruota attorno a lei.
Figlia di una madre che le ha trasmesso saperi antichi, sorella in un rapporto paritario e identitario, moglie capace di amare senza annullarsi, esercita una leadership naturale nel microcosmo familiare.
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