Hamnet: un film viscerale

È difficile parlare di Hamnet senza accettare di attraversare qualcosa di scomodo.

Non è un film accomodante.

Lo dico subito: non è per tutti.

Se dovessi scegliere un solo aggettivo, lo definirei viscerale.

La narrazione parte da un evento reale della vita dell’autore inglese più studiato al mondo, William Shakespeare:  la morte del figlio Hamnet.

Ma il film non sceglie la via biografica tradizionale, né quella letteraria. 

Non racconta la genesi dell’Amleto come un fatto culturale. La racconta come una ferita.

La regia di Chloé Zhao è coerente con la sua poetica: sottrazione, lentezza, natura come organismo vivo.

Sottrae Londra, sottrae il teatro, sottrae la dimensione urbana della fine del Cinquecento. Ci porta altrove.

In una campagna che non consola, una foresta atavica, primordiale, quasi preistorica.

In questo spazio vive Agnes, una figura liminale: metà donna, metà ninfa, metà sciamana. Una figlia della foresta.

Agnes non è costruita come una “moglie di”. È una creatura fuori asse rispetto al mondo. Disorienta se si pensa a lei come ad una figura storica della sua epoca.

Sembra più il personaggio di un fantasy: partorisce da sola nei boschi, va in giro con un falco attaccato al braccio, si cura con le erbe, sussura formule scaramantiche.

Non appartiene alle regole sociali e non tenta nemmeno di adattarvisi.

È come se a lei non servisse un marito, una famiglia, un’appartenenza sociale per definirsi. È una femminista ante litteram, non cerca legittimazione.

Il suo compimento è nella maternità, non nel matrimonio.

Jessie Buckley costruisce perciò un’ Agnes magnetica e terrena. Il suo volto è capace di passare dalla fierezza alla vulnerabilità senza soluzione di continuità.

Tutto il film ruota attorno a lei.

Figlia di una madre che le ha trasmesso saperi antichi, sorella in un rapporto paritario e identitario, moglie capace di amare senza annullarsi, esercita una leadership naturale nel microcosmo familiare.

 

 

William, invece, appare per gran parte del film come un uomo dubbioso, sospeso, irrisolto.

Non è in contrapposizione ad Agnes: è diverso. È dotato di talento quanto lei, ma il suo modo di stare al mondo è segnato dall’inquietudine.

Paul Mescal per rappresentarlo modula dolcezza e inadeguatezza, slancio e sottrazione. Per buona parte del film sembra rimanere ai margini emotivi della scena, compresso.

È nel momento del dolore che il suo genio si manifesta pienamente e ci rendiamo conto che quel silenzio era incubazione, non assenza.

La perdita del figlio non resta confinata in un dramma privato. Viene sublimata in un’opera perfetta per sensibilità ed efficacia, appunto l’Amleto.

Il dolore, che Agnes vive come assoluto e personale, per lui diventa linguaggio universale. Si democratizza. Si fa teatro.

È il lutto di tutti.

Ed è forse questa la forma più alta del genio: trasformare una ferita in qualcosa  in cui il mondo intero possa riconoscersi.

Il personaggio di Hamnet, è il cuore pulsante del film, connesso profondamente alla sua gemella Judith, è quello che sente prima, che si espone.

Jacobi Jupe riesce a dare al personaggio una presenza intensissima senza mai cadere nell’enfasi , il suo sguardo è ciò che resta più impresso, tiene insieme innocenza e saggezza.

Nel film non è semplicemente “il figlio che muore”: è una presenza luminosa, concreta, viva. E proprio per questo la sua assenza pesa così tanto. In lui si condensano la profondità emotiva di Agnes e l’intuizione sensibile di William.

È la loro sintesi vivente.

La sua morte non è spettacolarizzata, è semplicemente un vuoto che si allarga.

In definitiva il film Hamnet racconta ciò che precede l’arte: la necessità di trovare un senso.

È  viscerale perché non spiega: fa sentire.

E non tutti sono disposti ad attraversare un dolore così nudo.

Ma per chi accetta di farlo, resta qualcosa di raro: la consapevolezza che l’arte non nasce dall’astrazione, ma dalla carne. E che, a volte, l’unico modo per sopravvivere alla perdita è trasformarla in eternità. 

 

Non ve lo perdete!

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