La Stanza Accanto

Il film “La stanza accanto”di Almodovar, vincitore dell’81esimo Leone d’oro al Festival di Venezia, me l’ero perso quando è uscito al cinema, nel mese di dicembre.

Forse l’avevo scansato, inconsciamente, temendo fosse l’ennesimo film triste su un tema delicato e scottante, come quello del “fine vita”. In realtà in questa pellicola, che è il primo lungometraggio in inglese per il regista spagnolo, la tristezza viene continuamente sfidata, ricacciata in un angolo, sublimata da una fotografia perfetta.

Lo studio di scene impeccabili, i colori saturi e corposi, i set e i costumi perfetti, l’interpretazione illuminata delle protagoniste, tutto è invece un inno all’esistenza, alla bellezza dell’armarsi contro la devastazione, facendo irrompere nella nostra vita l’essenziale. 

Ogni scena è un quadro, di un senso estetico impeccabile, incorruttibile.

Neanche la morte può scalfirlo, neanche la sofferenza può farlo passare in un secondo piano.

 

Solo un elemento rende trasparente tutta questa messa in scena poderosa e teatrale: l’amicizia. 

L’amore di due amiche che hanno il coraggio di viversi e lasciarsi andare senza gravare l’altra di sensi di colpa o di inutili commiserazioni. La verità che ci trasmette il film è che davvero non si può andare incontro alla guerra senza qualcuno che ci faccia da testimone, che stia al nostro fianco. 

Nonostante il tema delicato, il regista sembra davvero riuscire a trascendere la tristezza, concentrandosi su qualcosa di più potente: l’amore e l’amicizia.

Il fatto che l’amore tra le due protagoniste, interpretate da Tilda Swinton e Julianne Moore, diventi il cuore pulsante della narrazione, senza cedere alla pietà o alla tragedia melodrammatica, è davvero affascinante. 

Mi sembra che Almodóvar, pur affrontando un argomento complesso, ci inviti a riflettere sull’importanza della connessione umana in momenti di difficoltà, e come ancora una volta la bellezza e l’arte possano essere un rifugio.

La persona della stanza accanto è fondamentale.

Senza questa presenza non è possibile affrontare la malattia. 

È come se il film suggerisse che, nonostante il dolore sia inevitabile, la condivisione di quel dolore con qualcun altro possa renderlo più sopportabile.

Non possiamo infatti immaginare una solitudine maggiore di chi non ha nessun testimone pronto a tenerci per mano mentre stiamo svanendo.

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